Intervista di Lirio Abbate a Pietro Grasso, pubblicata su la Repubblica il 17 febbraio 2026.
L’ex presidente del Senato è stato procuratore nazionale antimafia: “Sorteggio ridicolo, la riforma non risolve i problemi della giustizia”
Presidente Grasso, la riforma Nordio viene presentata come una svolta garantista. Quali effetti concreti potrebbe avere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sull’autonomia delle toghe?
«Il vero garantismo è un valore costituzionale, ora sbandierato anche da chi agita il cappio ogni quarto d’ora. Proprio perché è un valore serio, non può essere usato per alterare l’equilibrio tra i poteri. La riforma della magistratura — non della giustizia, perché non tocca nessuno dei suoi problemi — insieme ad altri interventi che riducono i controlli, dall’abolizione dell’abuso d’ufficio all’indebolimento della Corte dei conti, è un ulteriore passo per spostare l’asse verso l’esecutivo e svuotare ogni organo di garanzia. Modificare la Costituzione significa cambiare la forma sostanziale della Repubblica: il palazzo è ancora da costruire, ma questa riforma getta le fondamenta. Secondo la vecchia massima che dice che “la Costituzione è la legge che ci si dà da sobri per limitare i danni quando si è ubriachi”, cerchiamo di mettere in guardia i cittadini».
Il clima tra governo e magistrati si è fatto rovente, con attacchi diretti da parte del ministro della giustizia. È solo scontro politico o siamo davanti a un tentativo di delegittimazione sistematica dei giudici?
«La critica è legittima, la delegittimazione di chi sta in prima linea no. Quando il confronto si trasforma in attacco scomposto si supera un confine pericoloso. Ho vissuto stagioni in cui la magistratura è stata isolata e ho visto cosa significa indebolire l’autorevolezza dei giudici. Il confronto tra poteri è fisiologico, ma non questo conflitto».
Nordio ha chiesto all’Anm l’elenco dei donatori del comitato per il no: non crede che tale richiesta rischi di essere percepita come una pressione impropria e di alimentare il timore di un controllo politico sull’impegno civile e associativo dei magistrati?
«È una richiesta grave, politicamente inopportuna e che rafforza i motivi per votare no. Il segnale che arriva è intimidatorio, e in democrazia conta anche la percezione. Il referendum è uno strumento costituzionale, non un atto di insubordinazione. Se chi vi partecipa può temere di essere “schedato”, si incrina la fiducia tra istituzioni e si alimenta l’idea di un controllo politico sul dissenso».
Di fronte agli attacchi politici contro i magistrati, non teme che si stia creando un clima che rischia di delegittimare chi è in prima linea contro mafie e corruzione? Non dovrebbe essere la politica a tutelare maggiormente questi servitori dello Stato?
«Lo temo, sì. Nel libro “U Maxi” ho voluto ricordare anche la stagione precedente al Maxiprocesso, quando la magistratura fu lasciata sola e le mafie si rafforzarono. Il contrasto alla criminalità organizzata non è mai solo un fatto giudiziario: è un segnale politico e culturale. Se passa l’idea che chi indaga sia un ostacolo, che il controllo sia un freno, si crea un terreno favorevole a chi vive nell’illegalità. La politica dovrebbe proteggere le istituzioni, non esporle».
Lei ha guidato la Procura nazionale antimafia: questa riforma, secondo la sua esperienza, può indebolire la capacità dello Stato di contrastare le mafie e la corruzione? In che modo?
«Ogni riforma che prelude a rendere più fragile l’autonomia del pm o a ridurre gli strumenti di controllo sui reati contro la pubblica amministrazione incide sulla capacità di contrasto. Le mafie si infiltrano dove i controlli si allentano».
I sostenitori del sì parlano di tutela dei diritti degli imputati. Ma esiste davvero una contrapposizione tra garantismo e lotta ai reati dei colletti bianchi, oppure è una narrazione politica?
«È una falsa contrapposizione. Il vero garantismo non protegge i potenti, protegge i diritti di tutti. Mi solleva sapere che condivido queste considerazioni con il più esperto e importante avvocato del Maxiprocesso, il professor Franco Coppi, proprio a dimostrazione che la cultura giuridica è una e condivisibile da tutti gli operatori della giustizia».
Molti elettori si sentono disorientati da un dibattito tecnico e spesso opaco. Se dovesse spiegare in modo chiaro e diretto le ragioni della sua posizione, quali sarebbero i punti essenziali che i cittadini dovrebbero conoscere prima di andare a votare?
«Cinque cose semplici. Primo: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini. Secondo: ridurre i controlli e dividere le carriere va nella direzione di indebolire l’argine agli abusi di potere e non risolve il problema dell’imparzialità del giudice in alcun modo. Terzo: l’equilibrio tra i poteri è il cuore della nostra Repubblica, e non dobbiamo accettare nessuna crepa verso derive ungheresi o trumpiste. Quarto: il sorteggio come criterio elettivo è ridicolo per qualsiasi organo costituzionale. Quinto: si aumentano i costi di decine di milioni di euro e non si riduce nemmeno di un giorno la durata dei processi».
Se il referendum dovesse confermare la riforma, quale scenario si aprirebbe per il sistema giudiziario italiano nei prossimi anni?
«Si aprirebbe una fase di transizione lunga e complessa, con il rischio di una magistratura più esposta alle pressioni politiche. Mi preoccupano le riforme che a partire da questa potranno seguire per limitare i poteri del pm, come si è lasciato sfuggire chi ha ipotizzato di sottrargli la direzione della polizia giudiziaria».
Infine, senatore, questa battaglia sulla giustizia sembra destinata a segnare la legislatura. Crede che il voto referendario possa diventare anche un giudizio politico sull’idea di Stato e di legalità proposta da questo governo?
«Chi andrà al voto, mi sembra evidente, lo farà con tre motivazioni diverse. Ci saranno quelli che daranno un voto politico a favore o contro il governo. Quelli che hanno voglia di bastonare o difendere la magistratura, per ragioni personali o di gruppo. Infine, e spero siano molti, quelli che avranno la pazienza e l’attenzione di capire la riforma e scegliere nel merito. Dei primi due gruppi non parlo. Nel merito mi auguro che la scelta sia un netto no».